In buona parte delle favole, il cattivo di turno se ne sta isolato dal resto del mondo nella sua torre inaccessibile. E un po’, diciamocelo, fregandosene di ciò che fanno i buoni. Questa, più o meno, era anche la situazione del web fino a qualche tempo fa, dove grazie a strumenti di facile utilizzo (come posta elettronica, social network e blog) gli individui più deboli avevano trovato il modo di esprimere la loro protesta. Nel nome di diritti inviolabili, come la libertà.
Il documento, Ennemis d’Internet, rilasciato qualche giorno fa da Reporters without borders, mostra però che alcuni cattiv… ehm, governi si sono svegliati, scendendo in campo e cercando, spesso riuscendoci, di annientare la libertà in salsa 2.0. Il punto è che, accanto ai soliti nomi noti, se ne aggiungono alcuni di insospettabili, occidentali, che mostrano un preoccupante aumento della censura sul web. E a quel punto, se inizi a guardarti un po’ attorno, scopri che oltre ai paesi citati dallo scottante documento, ce ne sono altri che stanno limitando la libertà di comunicare sul web con scuse a volte plausibili, altre molto meno.


